Upb alza le stime sul Pil 2026 allo 0,9%: pesa il primo semestre migliore del previsto

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha migliorato le previsioni sull’economia italiana e vede ora un aumento del Pil dello 0,9% nel 2026, quattro decimi in più rispetto ad aprile. Per il 2027 la stima resta invece ferma allo 0,6%.

La revisione arriva dopo un inizio d’anno più solido delle attese. A incidere sono stati soprattutto gli investimenti e il recupero dell’export, insieme all’aggiornamento dei dati Istat sul primo trimestre. Nel dettaglio, il Pil è cresciuto dello 0,3% nei primi tre mesi dell’anno e dello 0,2% nel secondo, delineando un andamento moderato ma continuo.

Secondo l’Upb, però, la parte più robusta della crescita attesa per il 2026 dipende da elementi non strutturali. Gli investimenti, sostenuti anche dalla fase finale del Pnrr, dovrebbero aumentare del 2,5% nell’anno e poi rallentare allo 0,9% nel 2027, quando l’impulso europeo tenderà a esaurirsi. L’export ha dato un contributo positivo, ma limitato e concentrato in comparti volatili; per questo la domanda estera netta resterebbe sostanzialmente nulla.

Più prudente il quadro della domanda interna. I consumi delle famiglie continuano a salire grazie al recupero del potere d’acquisto e all’occupazione, ma restano condizionati da incertezza e ritorno dell’inflazione. L’Upb indica per la spesa privata un progresso di poco superiore a mezzo punto percentuale sia nel 2026 sia nel 2027. Il mercato del lavoro mantiene un profilo favorevole, con occupazione in aumento e disoccupazione in calo, anche se permangono criticità come il basso tasso di partecipazione, soprattutto tra i giovani, e una produttività ferma.

Sul quadro generale pesano anche tensioni geopolitiche e commerciali, volatilità dei mercati energetici e finanziari, incertezze sui tempi del Pnrr e rischi legati al clima. L’inflazione resta uno dei punti più delicati: nel secondo trimestre del 2026 è risalita al 3%, spinta soprattutto dai rincari dell’energia legati alla crisi in Medio Oriente, per poi scendere al 2,8% in luglio. L’Upb osserva che l’Italia ha reagito più in fretta del resto dell’area euro, annullando il precedente differenziale inflazionistico negativo.

Per il 2026 il deflatore dei consumi delle famiglie è atteso poco sopra il 3%. Nello stesso periodo, il costo del lavoro dovrebbe crescere meno dei prezzi, con un nuovo arretramento del potere d’acquisto dei redditi da lavoro. Le retribuzioni reali, pur in recupero rispetto ai trimestri precedenti, resterebbero ancora inferiori dell’8,3% rispetto alla media del 2020.