Mps accelera su Banco Bpm e Banca Generali: doppia ops da 34 miliardi per blindare l’autonomia

Monte dei Paschi ha messo in campo un doppio dossier destinato a ridisegnare il panorama bancario italiano: due offerte pubbliche di scambio, entrambe interamente in azioni e separate sul piano giuridico, rivolte a Banco Bpm e a Banca Generali. Il valore complessivo dell’operazione viene indicato intorno ai 34 miliardi di euro, di cui 25,3 miliardi per Banco Bpm e tra 8,7 e 8,72 miliardi per la controllata di Generali.

La mossa è la risposta di Luigi Lovaglio all’opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. L’obiettivo, nelle intenzioni del banchiere, è evitare che Siena finisca nel perimetro guidato da Carlo Messina e costruire invece un nuovo polo bancario nazionale fondato sul Monte, sulla consulenza finanziaria e sul wealth management.

Per Banco Bpm il concambio indicato prevede 1,567 azioni Mps per ogni titolo, senza alcun premio rispetto ai prezzi ufficiali del 19 agosto. Nel caso di Banca Generali, invece, il rapporto salirebbe a 6,958 azioni Mps, con un premio del 10%. Nelle varie ricostruzioni del dossier, il valore implicito della controllata del Leone è riportato sia a 74,284 euro per azione sia, in un’altra indicazione, a 66,8 euro alla chiusura di Borsa. Per Banco Bpm, il prezzo di riferimento richiamato è 16,729 euro per azione.

Lovaglio sostiene che l’operazione serva a “creare valore attraverso l’integrazione” e non a disarticolare la rete del Monte. Il perimetro immaginato dal management, se il piano avrà successo, si allargherebbe ulteriormente qualora si aggiungesse anche l’aggregazione già avviata con Mediobanca. In quel caso nascerebbe un gruppo con una capitalizzazione di circa 80 miliardi, più di 11 milioni di clienti, 2.915 filiali, 245 miliardi di impieghi e 810 miliardi di asset finanziari totali.

Una seconda stima descrive il nuovo soggetto come il terzo gruppo bancario italiano per attivo, con circa 466 miliardi, 315 miliardi di raccolta diretta, circa 2.700 filiali e oltre 4.500 tra promotori e private banker. In entrambe le letture, il posizionamento atteso sarebbe quello di una realtà stabilmente fra le prime dieci banche europee per valore di Borsa. Secondo Mps, inoltre, le sovrapposizioni tra gli sportelli sarebbero contenute e si concentrerebbero soprattutto in Toscana e Lombardia.

La logica industriale del progetto ruota attorno alla complementarità delle reti: Mps resterebbe il baricentro, Banco Bpm rafforzerebbe il presidio retail e Banca Generali contribuirebbe alla componente più legata alla consulenza e alla gestione del risparmio. In questa prospettiva, il gruppo diventerebbe meno dipendente dal margine di interesse e più esposto a ricavi commissionali, wealth management, asset management e advisory, quindi più protetto dall’andamento dei tassi.

Sul fronte economico, il piano prevede sinergie complessive per circa 2,6 miliardi. In una delle ricostruzioni, il contributo viene articolato in 1,4 miliardi riferiti a Banco Bpm, 800 milioni a Mediobanca e 400 milioni a Banca Generali; in un’altra, le sinergie annue ante imposte a regime sono suddivise in 800 milioni già associati a Mediobanca e 1,8 miliardi legati alle due nuove operazioni. I costi una tantum sono stimati in circa 2,5 miliardi, da sostenere in un arco che va dal 2027 al 2029 oppure, secondo un’altra versione, dal 2026 al 2030.

Molto ambiziosa anche la traiettoria delle distribuzioni agli azionisti. Mps prevede 30 miliardi di dividendi tra il 2026 e il 2030; un’altra fonte parla di 19 miliardi attribuiti alla sola banca senese, di cui 4 miliardi verrebbero corrisposti subito sotto forma di maxi-cedola straordinaria. Questa distribuzione immediata comprenderebbe 3 miliardi in azioni Generali, pari al 4,5% del capitale del Leone, e 1 miliardo in contanti, per un controvalore di 1,208 euro per azione. Anche dopo l’operazione, Mps terrebbe comunque l’8,8% di Generali.

Lovaglio guarda inoltre a una possibile futura partnership nella bancassicurazione con Generali, una volta chiusa la joint venture con Axa. Sul piano dell’azionariato, in caso di adesione totale alle due offerte, la quota più rilevante andrebbe a Crédit Agricole con il 10,9%, seguita da Delfin all’8,8%, Caltagirone al 6,8%, Generali al 6,4%, BlackRock al 4%, Barclays al 2,5% e dal Mef al 2,4%. In una diversa proiezione, invece, Mps conserverebbe il 50,1% del gruppo risultante, Banco Bpm il 37,2% e Banca Generali il 12,7%.

Il quadro patrimoniale resterebbe, nelle previsioni del Monte, solido. Anche con payout al 100%, il Cet1 rimarrebbe sopra il 13% per tutto il piano e potrebbe oltrepassare il 15% nel 2028 qualora venisse applicato il Danish Compromise. La conseguenza sarebbe un gruppo meno dipendente dal margine di interesse e più sostenuto da ricavi ricorrenti e commissioni.

La reazione del mercato, però, è stata fredda. Il titolo Mps ha perso tra l’1,3% e l’1,7%, Banca Generali circa il 2% e Banco Bpm tra lo 0,3% e lo 0,4%. Nel frattempo, l’opas di Intesa su Mps è rimasta in premio di circa il 2,2%.

Anche sul fronte degli analisti prevalgono le cautele. Kepler riconosce una coerenza strategica e finanziaria all’operazione, ma osserva che manca un appoggio preventivo da parte di Crédit Agricole, Generali e dei principali soci del Monte. Autonomous richiama il rischio di esecuzione e dubita che gli azionisti di Mps siano disposti a rinunciare al premio offerto da Intesa per seguire una strategia difensiva più articolata. Equita segnala infine che il cda di Mps ha dato il via libera a maggioranza, ma con quattro astensioni che confermano le divisioni di governance.

Intesa Sanpaolo, intanto, valuta la possibilità di rivolgersi alla Consob. I legali del gruppo stanno esaminando contenuti, tempistiche e comunicazioni legate alle decisioni del Monte, anche per verificare la compatibilità con la passivity rule e per tutelare la correttezza dell’informazione al mercato. Tra i punti sotto osservazione figurano la convocazione dell’assemblea straordinaria di Mps per il 29 ottobre e il fatto che alcune decisioni del cda sarebbero emerse prima della nota ufficiale.

Se le operazioni dovessero essere sottoposte al voto, la passivity rule imporrebbe il sì dei due terzi dei soci. L’avvio delle offerte è atteso nella prima metà di dicembre, con chiusura entro metà febbraio, mentre la soglia minima di adesione resta fissata al 50% del capitale più un’azione.

Si muovono con prudenza anche gli altri protagonisti. Fonti finanziarie riferiscono che Generali esaminerà l’offerta su Banca Generali senza pregiudizi, secondo le proprie regole di governance, e che il cda della controllata del Leone si pronuncerà nei tempi previsti dalla legge. Parigi non commenta, mentre il cda di Banco Bpm dovrebbe riunirsi a inizio settimana. I sindacati di Mps hanno invece espresso sostegno alla difesa dell’integrità del Monte.

In Borsa, la risposta è stata negativa per i titoli coinvolti, mentre il resto dei listini europei e Wall Street ha mostrato movimenti più contenuti.