Lavitola arrestato, l’inchiesta su Ranucci intreccia pista giudiziaria e scontro politico

Il fermo di Valter Lavitola segna un passaggio decisivo nell’indagine sull’attentato esplosivo contro Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre 2025 davanti alla sua abitazione di Pomezia. Per la procura, il quadro che emerge dalle carte della gip di Roma Iole Moricca va oltre la semplice ricostruzione dell’esplosione e punta a definire la natura del progetto ideato contro il giornalista di Report.

Secondo l’impostazione degli inquirenti, l’azione non sarebbe stata pensata per mettere davvero a rischio la vita di Ranucci. L’ipotesi è che dovesse apparire come un messaggio di minaccia o di ritorsione, costruito anche per esercitare una pressione su Lavitola e accompagnare quella che viene indicata come l’“ascesa politica” di Ranucci. Nelle stesse carte viene ribadito che il conduttore non era a conoscenza del piano e che sarebbe stato tratto in inganno dall’ex faccendiere, sfruttando un rapporto personale di fiducia.

Accanto a Lavitola è stato arrestato anche il suo factotum camerunense Gomes Clesio Tavares, considerato dalla procura il punto di collegamento operativo con il gruppo che avrebbe materialmente eseguito l’attacco. Già nel mese di giugno erano scattate misure cautelari per tre uomini e una donna di origine campana, individuati come esecutori materiali. Gli investigatori ritengono inoltre che Lavitola abbia preso parte almeno a un sopralluogo svolto davanti alla casa di Ranucci il 15 settembre 2025.

La Dda contesta a Lavitola anche l’aggravante del metodo mafioso. Domani mattina, a Rebibbia, è in programma l’interrogatorio di garanzia. Nel frattempo gli inquirenti stanno cercando di rintracciare Tavares, che risulterebbe all’estero, e valutano la possibilità di chiederne l’estradizione.

L’inchiesta, secondo quanto riferito dai carabinieri, si basa su tabulati, tracciamenti e analisi dei telefoni. Elementi che, a loro giudizio, avrebbero smentito le spiegazioni difensive e rafforzato la ricostruzione accusatoria.

Il caso ha avuto subito anche un riflesso politico. Matteo Salvini ha legato la vicenda al rapporto tra Ranucci e Lavitola e ha chiesto che, fino a quando non sarà fatta piena chiarezza, non si continuino a destinare fondi pubblici a chi risulti coinvolto in questa “vicenda oscura”. Parlando con i cronisti, ha aggiunto che Report potrebbe proseguire, ma non con Ranucci alla conduzione: “Si, ma non ce l’ho con lui”. Nella sua posizione, chi è coinvolto dovrebbe fermarsi in attesa delle decisioni della magistratura.

Alla linea del leader leghista ha replicato il difensore del giornalista, Roberto De Vita, che parla di una vittimizzazione su più livelli: prima l’attentato, poi il tradimento di un amico e infine una campagna di attacchi mediatici e politici che, a suo dire, avrebbe cercato di capovolgere i ruoli, trasformando la vittima nel beneficiario dell’aggressione. De Vita ha anche annunciato che valuterà denunce per diffamazione aggravata nei confronti di chi avrebbe contribuito alla delegittimazione di Ranucci.

La vicenda ha aperto anche un fronte di riflessione sul rapporto tra giornalisti e fonti. In ambienti vicini al fronte favorevole a Ranucci si sottolinea che l’arresto di Lavitola rafforzerebbe l’idea di un giornalista vittima di una manipolazione, mentre si denuncia un uso strumentale del caso da parte di ambienti vicini al governo. In questo ragionamento si rivendica la centralità della tutela del rapporto tra fonte e cronista, considerato indispensabile per il lavoro d’inchiesta, e si legge nell’attacco a Report un tassello di una più ampia offensiva contro il giornalismo scomodo.

Le conseguenze sono arrivate anche sul servizio pubblico: la Rai ha sospeso le repliche estive di Report e ha avviato verifiche interne sul metodo di lavoro della trasmissione.