Bill Gates ha cambiato nettamente registro sull’intelligenza artificiale. Pur continuando a riconoscerle benefici potenziali in salute, istruzione e accesso a servizi oggi costosi, oggi la descrive come una minaccia concreta per occupazione e società, capace di aprire una fase “turbolenta”.
Il fondatore di Microsoft ha affidato la sua nuova lettura a interventi pubblici, a un saggio sul suo blog e a un’intervista al New York Times. In quel contesto ha accusato le Big Tech di sottovalutare i pericoli per ragioni economiche e ha sostenuto che i governi non stiano preparando risposte all’altezza.
La preoccupazione principale riguarda il lavoro. Secondo Gates, l’AI non si limita a sostituire mansioni ripetitive: entra anche nelle attività cognitive e può investire, nello stesso periodo, diritto, medicina, software, assistenza clienti, manifattura e persino il lavoro fisico grazie alla robotica. A suo giudizio, questa volta il cambio di passo potrebbe arrivare in un decennio e non nell’arco di generazioni, con nuovi impieghi potenzialmente inferiori ai posti eliminati.
Per spiegare la portata del rischio, Gates ha richiamato la Grande Depressione del 1933, quando negli Stati Uniti la disoccupazione toccò il 25%. Ha però aggiunto che, nel caso dell’automazione, i posti cancellati potrebbero non riapparire nel ciclo economico successivo. Ha anche citato un’analisi dello Stanford Digital Economy Lab, secondo cui si starebbe osservando un rallentamento delle assunzioni di lavoratori junior e intermedi a vantaggio di software e automazione.
Le sue contromisure ruotano attorno a tre idee: riservare alcune mansioni agli esseri umani, rivedere la fiscalità per non premiare la sostituzione delle persone con le macchine e creare nuove istituzioni di controllo. La proposta dei lavori “Human Reserved” prende esempio dalle riserve naturali: attività che potrebbero essere automatizzate, ma che si decide di proteggere perché il prezzo della trasformazione sarebbe troppo alto.
Tra gli esempi indicati ci sono la cura di bambini e anziani, il servizio nelle giurie e alcune mansioni sanitarie. Gates ritiene in particolare che certe forme di assistenza debbano restare umane e ricorda il periodo in cui il padre malato di Alzheimer ricevette cure dirette, arrivando a dire: “Nessun robot avrebbe potuto o dovuto farlo”. Per sanità e istruzione immagina invece un modello misto, con persone che lavorano affiancate dall’AI.
Il fronte fiscale, nella sua visione, è altrettanto decisivo. Oggi, sostiene, assumere una persona comporta imposte mentre comprare software o robot può risultare più conveniente. Da qui l’idea di tasse su robot e token AI, oppure di un riequilibrio capace di finanziare formazione e nuove forme di welfare. In alcune ricostruzioni compare anche l’ipotesi di una quota di posti riservata agli esseri umani fino al 40%, ma il punto centrale resta la richiesta di frenare gli incentivi all’automazione indiscriminata.
Gates collega infine i rischi economici a quelli di sicurezza. Teme che sistemi avanzati possano consentire anche a persone poco esperte di costruire attacchi informatici o materiale biologico pericoloso, un uso dual use che i laboratori di AI hanno già segnalato come urgente. Per questo immagina un organismo internazionale di supervisione, con test obbligatori per i modelli più potenti e regole condivise tra Paesi, ispirato all’Aiea e all’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile. In questo quadro ha detto di voler parlare direttamente con Xi Jinping entro la fine del 2026.
Nel suo saggio ha scritto che, se esistesse un piano credibile per rallentare globalmente lo sviluppo dell’AI, probabilmente lo sosterrebbe. Ritiene però improbabile questa strada per via degli interessi economici e strategici in gioco. Il suo cambio di tono è netto rispetto al 2023, quando descriveva l’AI in chiave più ottimista, e rispetto all’inizio del 2026, quando parlava già di “ottimismo con note a margine” e metteva in evidenza sia il rischio di uso malevolo sia quello di sconvolgimento del mercato del lavoro.