Lo shock sui prezzi di petrolio e gas legato alla guerra in Medio Oriente sta colpendo l’Eurozona soprattutto attraverso la riduzione dei redditi reali delle famiglie, con un impatto che si riflette sui consumi e quindi sulla crescita. Nel nuovo Bollettino economico, la Bce segnala che per un’area fortemente dipendente dalle importazioni energetiche l’aumento dei costi dell’energia si traduce anche in un trasferimento di ricchezza verso i Paesi esportatori e arriva all’economia pure tramite il mercato del lavoro.
Secondo le stime richiamate da Francoforte, circa l’80% della contrazione dei consumi aggregati deriva dalla perdita indiretta di potere d’acquisto, mentre la parte restante è legata alla spesa aggiuntiva sostenuta subito per energia. L’effetto è più severo per i nuclei con redditi bassi, che destinano circa il 9% del bilancio a beni energetici, carburanti e bollette, contro una media del 5,5%.
Per queste famiglie, osserva la Bce, i margini per assorbire l’impatto sono ridotti: i risparmi si assottigliano e il tasso di risparmio mediano scende intorno al -5,8% del reddito disponibile. Il risultato è una maggiore dipendenza dal reddito da lavoro e una trasmissione più rapida dell’aumento dei costi alla spesa quotidiana.
Francoforte vede effetti anche sul lato delle imprese. Energia e lavoro vengono descritti come fattori complementari, con scarse possibilità di sostituire in tempi brevi gli input energetici più costosi. Da qui, secondo la banca centrale, derivano una minore produzione, meno domanda di lavoro e una pressione su salari reali e occupazione. Lo shock viene definito inequivocabilmente recessivo.
Sui mercati, dopo la firma del protocollo d’intesa tra Stati Uniti e Iran, che aveva raffreddato le quotazioni per le attese di una normalizzazione nel traffico nello Stretto di Hormuz, la ripresa delle tensioni ha riportato il petrolio sotto pressione. Rispetto ai livelli precedenti al conflitto, il Brent resta circa il 30% sopra, mentre il gas europeo è salito di quasi il 97%, anche per i bassi stoccaggi dell’area euro e la fragilità del mercato del gas.
La Bce avverte che prezzi energetici elevati possono continuare a comprimere redditi e spesa delle famiglie e a trasferirsi ai listini finali, visto che le imprese segnalano costi di input più alti e attendono nuovi rincari. L’inflazione di fondo, per ora, resta contenuta, ma gli effetti dello shock non si sono ancora manifestati del tutto e l’incertezza rimane elevata.
In un’ulteriore analisi, la banca centrale registra anche un peggioramento della fiducia dei consumatori: i redditi più alti hanno rinviato spese discrezionali e viaggi, mentre quelli più bassi hanno tagliato soprattutto ristorazione e consumi fuori casa. Se le famiglie considerassero permanenti le perdite di reddito reale, la frenata della fiducia potrebbe pesare più a lungo sulla domanda.
Sul piano della politica monetaria, il Consiglio direttivo ribadisce un approccio guidato dai dati e senza un percorso prefissato dei tassi. La Bce indica inoltre che le prospettive dei prezzi dell’energia restano vicine allo scenario base di giugno ma molto sopra i livelli precedenti al conflitto, e che l’inflazione complessiva potrebbe restare sopra il 2% fino alla prima metà del 2027. Tra le priorità indicate figurano riforme del mercato unico, accelerazione della transizione energetica e completamento dell’Unione dei risparmi e degli investimenti; eventuali misure di bilancio contro lo shock energetico, precisa la banca, dovrebbero essere temporanee, mirate e calibrate.