Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore, è stato arrestato con l’accusa di aver commissionato l’attentato esplosivo contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Il provvedimento cautelare è stato disposto dal gip di Roma su richiesta della Procura guidata da Francesco Lo Voi e viene contestato anche il metodo mafioso.
L’azione risale al 16 ottobre 2025 e si verificò davanti all’abitazione del giornalista a Pomezia, vicino Roma. L’arresto di Lavitola è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo investigativo.
Nella stessa inchiesta è finito anche Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense indicato come intermediario tra Lavitola e il gruppo operativo. Per lui è stato disposto l’arresto, ma al momento risulta latitante e, secondo le informazioni diffuse, si troverebbe in Africa.
Le contestazioni riguardano concorso in detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di ordigno esplosivo, oltre alle aggravanti legate al numero dei partecipanti e alle modalità mafiose. Secondo una ricostruzione attribuita agli inquirenti, Lavitola avrebbe impostato il piano e affidato a Tavares il compito di individuare chi potesse procurare l’esplosivo e portare a termine l’attacco; Tavares avrebbe poi reclutato e istruito gli esecutori, preso parte ad alcuni sopralluoghi preparatori e messo a disposizione anche un’auto del suocero.
Lavitola era già indagato dall’inizio di luglio, quando furono eseguite perquisizioni e sequestrati computer e telefoni. La vicenda aveva riportato l’attenzione sul rapporto con Ranucci: il giornalista aveva raccontato che il legame era nato dopo inchieste su Lavitola ed era poi diventato amicizia, sostenendo anche che l’ex faccendiere non avrebbe mai fatto del male né a lui né alla sua famiglia.
L’indagine aveva già portato, a fine giugno, a quattro misure cautelari contro tre uomini e una donna ritenuti gli esecutori materiali dell’attentato. Una delle ricostruzioni indica i nomi di Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone, Antonio Passariello e Marika De Filippis; quest’ultima era stata arrestata e si trovava ai domiciliari.
Gli investigatori sostengono che le conclusioni dell’inchiesta poggino su tabulati telefonici e telematici, tracciamento dei veicoli e analisi forensi dei cellulari. Quei riscontri, secondo quanto riferito, avrebbero smentito i tentativi di costruire alibi difensivi.